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FORDISMO

Dal taylorismo al fordismo il passo è breve. Henry Ford (1863 1947) fu il primo a introdurre la catena di montaggio in un processo produttivo ampiamente standardizzato.

Il Fordismo, cioè l'insieme delle teorie sull'organizzazione della  produzione industriale elaborate da Henri Ford e dall'ing. F. Taylor, nasce come risposta ai limiti della tecnologia e dell'economia del capitalismo delle origini, che ne avevano frenato lo sviluppo date le limitate potenzialità della meccanizzazione del secolo diciannovesimo. Ma l'aspetto principale, la vera 'filosofia' del metodo fordista, trasformatosi poi in un vero e proprio modello economico, era l'idea della possibilità di una crescita illimitata, sia della quantità di merce prodotta, sia degli insediamenti produttivi, delle fabbriche, sul territorio. Tipico sarà, infatti, il gigantismo degli impianti. Questa certezza quasi assoluta della crescita progressiva e inarrestabile rappresenterà per quasi un secolo la condizione essenziale del modello fordista.

La catena di montaggio, come lo scorrimento continuo di un sistema di ganci e carrelli, trasferiva l’oggetto in lavorazione davanti ai singoli operai, i quali eseguivano mansioni talmente limitate da non permettere loro di capire in quale fase della produzione fossero impegnati. Il lavoratore fu così ridotto a esecutore di gesti ripetitivi e rapidi tipici della produzione in serie, divenne in un certo senso servitore piuttosto che utilizzatore della macchina.

Fu così introdotto il cottimo differenziale che consisteva in un sistema retributivo calcolato e diversificato sulla base della quantità del lavoro svolto. Il cottimo contribuì a migliorare i salari, ma al tempo stesso condusse ad accelerare ulteriormente i ritmi di lavoro e talvolta a creare un ambiente di esasperata competizione tra i lavoratori stessi.

La razionalizzazione produttiva ebbe come conseguenze il notevole aumento della quantità di beni prodotti e la diminuzione del loro prezzo. Questo aspetto, unito al miglioramento salariale derivante dal cottimo, creò nuove condizioni di mercato. Alla produzione di massa fece seguito il consumo di massa: grazie anche alla diminuzione dei costi di trasporto e a tecnologie a più alto rendimento. I consumi migliorarono considerevolmente la qualità della vita nei paesi industrializzati: l’alimentazione divenne più ricca e variata, le condizioni igieniche più sicure.

Tuttavia la società fu spinta a omologarsi nei gusti e nelle scelte, a perdere l’identità e la particolarità delle comunità ristrette. Ciò rappresentò una fonte di malessere sociale dalle grandi conseguenze.

L'industria, infatti, non trovava ostacoli alla sua espansione se non nella sua medesima capacità di produrre. Ma anche l'esiguo potere d'acquisto dei redditi delle masse popolari di inizio secolo rappresentava un ostacolo. L'industria fordista lo superò erogando alti salari e introducendo un servizio sanitario e di prevenzione nelle fabbriche, uno per ogni livello di inquadramento, che riduceva i costi per la salute di operai e impiegati, tecnici e dirigenti. I lavoratori si trasformavano da produttori in 'consumatori' del loro stesso prodotto: infatti producevano una merce e percepivano un salario adeguato per comprarla. Le merci prodotte venivano vendute a sempre minor prezzo in forza dell'automazione e della produzione in serie, mettendo così in condizione i 'produttori-consumatori' di acquistarne sempre di più.

Il modello produttivo fordista identificava i diritti dei cittadini con le esigenze del mercato: veniva riconosciuto il diritto di cittadinanza solo a coloro che erano collocati all'interno del mondo produttivo, in funzione della loro capacità di produrre. Nella filosofia fordista la produzione produce il mercato, ossia la fabbrica produce ciò che si 'deve' comperare, genera i consumi, e con i consumi le mode, i costumi, le abitudini, i vizi e i vezzi, i modi di vivere e di pensare, e con essi le pseudo e le vere culture. Ed effettivamente in questo modello quanto usciva dalla fabbrica si piazzava sul mercato. Come diceva Ford, "tutto ciò che si produce si vende". Il Fordismo sanziona il primato della fabbrica sul mercato, dell'offerta sulla domanda. E in effetti le fabbriche non producono quello che i consumatori desiderano comperare, ma i consumatori comprano quello che le fabbriche decidono di produrre. Si può affermare quindi che la fabbrica produce la società. Dunque la fabbrica è luogo centrale di decisioni strategiche: vi si decide cosa produrre, quanto produrre, con quali tempi e con quali modi. Ma come si pianifica la produzione in fabbrica, si può anche pianificare l'organizzazione sociale. Se la società si identifica con essa, può essere progettata a partire da come è progettata la fabbrica. L'eventuale disordine può essere riordinato generalizzando i principi organizzativi delle strutture di fabbrica conflitto La fabbrica fordista era un luogo di scontro prevedibile fra due entità contrapposte perché portatrici di due interessi antagonisti: quello dell'impresa era di massimizzare la resa del lavoro, mentre quello degli operai era di minimizzarne l'erogazione. Nella fabbrica fordista la distanza degli interessi dei lavoratori dipendenti da quelli della proprietà è data come naturale, accettata come un fattore antropologico.

La tradizionale figura del padrone della fabbrica, che con gli operai aveva un rapporto personale e diretto, era stata sostituita da quella astratta e lontana della società per azioni, in cui uomini sconosciuti e lontani disponevano delle sorte dei dipendenti.

La conseguenza di ciò fu che spesso l’intero agglomerato urbano divenne una sorta di appendice della fabbrica: nacquero le “one company town”, città gravitante intorno alla sua fabbrica più importante dalla quale dipendeva interamente la maggior parte della popolazione.