"QUADERNI
DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE"
DI LUIGI PIRANDELLO
(in origine “SI GIRA”, prima edizione 1915
ritoccata nel 1925)
ARGOMENTO
DELL’OPERA
Serafino
impartiva lezioni private a Giorgio Mirelli, convivente assieme alla sorella
Ducella nella casa dei nonni Carlo e Rosa nella campagna sorrentina; luogo di
pace e di tranquillità, inquinato poi dall’arrivo di Varia Nestoroff di cui
Giorgio si innamorò. Aldo Nuti, spasimante fidanzato di Ducella, corteggia Varia
ma ella lo respinge.
Serafino,
trovandosi a Roma, viene accolto da un amico (Simone Pau) in un "OSPIZIO DI
MENDICITA’", nel quale, durante le riprese di un’autentica realtà
della civiltà emarginata, viene ingaggiato come operatore dal direttore di
scena Nicola Polacco, suo vecchio amico di banco.
Entrato nell’ambiente
cinematografico incontra proprio lei, Varia Nestoroff, portatrice di ricordi
amari e di affetti perduti, dello strazio per quella casa distrutta e
dell’amore nutrito segretamente per Ducella.
Come operatore, Serafino sta ora
girando il film colossal "La donna e la tigre", assieme al nuovo
compagno di Varia, Carlo Ferro, incaricato di sceneggiare l’uccisione di una
tigre appositamente comprata dalla casa cinematografica. Questo ruolo viene poi
ricoperto da Aldo (uomo dalla personalità ormai distrutta), tornato per
consumare gli ultimi strazi dell’esistenza assieme a Varia.
Durante la messa in scena del
film Aldo spara a Varia lasciandosi poi sbranare dalla tigre. Vittima ne rimane
Serafino, impazzito e soffocato nella voce dal terrore.
Egli continua a filmare, osservando la straziante agonia di Aldo ma resta
impassibile dietro la cinepresa, meccanicamente guarda quanto accade sul set
senza riuscire a reagire. Dallo choc perde l’uso della parola e con essa la
sensibilità nei confronti delle persone e della realtà che lo circonda.
COMMENTO
In
quest’opera viene dichiarato il tema dell’alienazione, cioè quello stato di
disagio tipico della società contemporanea derivante dalla perdita di contatto
dell’individuo con la realtà che lo circonda.
L’uomo
è ridotto a oggetto, a contatto con il progresso tecnico. La perdita di
coscienza e di personalità investe tutta la collettività, diviene consuetudine
in un mondo inautentico perchè ubbidiente alle ferree leggi del mercato.
Secondo l’ottica pirandelliana, la distruttiva affermazione delle macchine
finisce con il travolgere, dominare la psiche dell’uomo, abbagliando con
l’inganno di controllare la realtà, di andare incontro ad obbiettivi che si
rivelano poi semplici illusioni: è dunque questo mostro inarrestabile, la
macchina; a impadronirsi del mondo e a farsi beffe della tragicità
umana:
Pirandello, arroccandosi forse su una posizione di estremo conservatorismo,
manifesta con questa drammatica parabola della disumanizzazione la sua sfiducia
nella razionalità troppo fredda utile solo a placare il passionale fluire delle
nostre vite e la sua ostilità nei confronti delle "imposizioni del
progresso" della "presunzione scientifica". Se, per molti,
l’avvento della macchina, o meglio la meccanizzazione di determinati aspetti
della società è stato un avvenimento straordinario e un passo più in là
sulla strada irta del progresso, da Pirandello viene interpretato nei suoi
aspetti negativi, come una regressione della comunicazione umana, già di per sé
non sempre facile. E’ attraverso la figura del protagonista, l’operatore
Serafino Gubbio che rappresenta per certi versi "l’alter ego" di
Pirandello, che si può cogliere la dura protesta contro "l’alienante
civiltà della macchine e contro i suoi esaltatori"; viene messa in risalto
la spersonalizzazione dell’uomo, in questo caso dell’operatore
cinematografico, che pian piano lascia con rammarico che le macchine svolgano
delle funzioni che fino ad allora erano state proprie dell’uomo e solo
dell’uomo.
Nella
civiltà delle macchine, come nella finzione scenica, l’uomo è alienato da se
stesso, preso dal vertiginoso meccanismo di una vita di automatismi e follie. A
questa realtà vacua e illusoria assiste Serafino, sentendosi inoltre
contaminato dalla macchina da presa: l’abitudine ad assistere alla finzione
scenica, finisce con l’escluderlo dalla vita reale.
La
pellicola fa passare dalle dimensioni della realtà alla sfera illusoria delle
creazioni cinematografiche per raggiungere il successo, come se fossero divorati
dalla stessa macchina da presa. Così accade per Serafino, ormai servitore
d’una macchina incapace di riconoscere sentimenti ed emozioni, fino ad
ucciderlo.
Nel
personaggio di Serafino Gubbio
"operatore" che è il protagonista del romanzo e la voce narrante non
compaiono note (morfologiche) sulla sua fisionomia. Si definisce
"operatore" in quanto la sua professione consiste in "una mano
che gira una manovella", una mano impassibile alle azioni che riprende.
Gubbio si fa però portavoce della sofferenza dei personaggi con cui vive; li
osserva, li analizza, scopre loro la "maschera" facendosi specchio.
L’alienazione nelle opere di Pirandello è riconducibile alla dicotomia
volto/maschera. La persona è l'individuo libero, non ancora sottoposto alle
norme di qualsiasi provenienza esse siano; vede la realtà in maniera soggettiva
e fonda la propria vita sulla convinzione, o perlomeno sull'opinione, che la
realtà stessa venga vista e sentita allo stesso modo anche dagli altri. La
persona, libera ed informe, può assumere una forma, costretta dall'esterno o
spinta da un impellente bisogno interno.
È
nella maschera che ritroviamo un contrasto più profondo fra illusione e realtà,
fra l'illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la realtà che si
vive in una forma, dalla quale il personaggio non potrà mai salvarsi. La
maschera è la rappresentazione più evidente della condanna dell'individuo a
recitare sempre la stessa parte, imposta dall'esterno, sulla base di convenzioni
che reggono l'esistenza della massa. Nella società l'unico modo per evitare
l'isolamento è il mantenimento della maschera: quando un personaggio cerca di
rompere la forma, o quando ha capito il gioco, inevitabilmente viene
allontanato, rifiutato, non può più trovare posto nella massa in quanto si
porrebbe come elemento di disturbo in seno a quel vivere apparentemente
rispettabile, in quanto sottomesso alle norme, ma fondamentalmente condannabile,
in quanto affossatore dei bisogni basilari dell'uomo.
