triangolo di Penrose PARADOSSI
Storie di illusioni e verità rovesciate


Alessio Vezzoni - 5^BLT

Luigi Pirandello e Il fu Mattia Pascal

LUIGI PIRANDELLO: La vita

Pirandello

Luigi Pirandello nacque il 28 Giugno 1867 presso Girgenti da una famiglia di agiata condizione borghese e di tradizioni risorgimentali e garibaldine. Dopo il liceo Studiò Lettere all'università di Roma ma, a seguito di un contrasto con un professore, si laureò in Filologia romanza all'università di Bonn.

Si trasferì a Roma dove visse grazie ad un assegno concessogli dal padre ed alle sue collaborazioni per varie riviste. Sposò Maria Antonietta Portulano a Girgenti e tornò a Roma dove diventò docente di ruolo all'istituto superiore di Magistero di Roma.

Nel 1903 la condizione economica e familiare cambiò completamente a causa di un allagamento della miniera di zolfo dove il padre aveva investito tutto il suo patrimonio e la dote della moglie di Pirandello. Maria Antonietta, appreso il fatto, ebbe una crisi, complicata dalla fragilità del suo equilibrio psichico, che la fece sprofondare irreversibilmente nella follia. Da questo momento in poi la convivenza con la moglie, ossessionata da una patologica gelosia, costituì per Pirandello un continuo tormento; fu inoltre costretto dalla mutata condizione sociale ad intensificare la sua produzione di novelle e romanzi, per trarre sostentamento per sé e per la sua famiglia. Infatti è in questo periodo, dal 1904 al 1915, che la sua produzione letteraria si fece molto fitta.

Anche l'esperienza di Pirandello come quella di altri scrittori del 900 fu segnata dunque dalla declassazione. Questo ebbe conseguenze sulle concezioni di Pirandello e sul suo atteggiamento verso la società.

La Grande Guerra, vista inizialmente in maniera positiva da Pirandello per le sue posizioni patriottiche, provocò in egli ulteriori dispiaceri: il figlio venne fatto prigioniero dagli austriaci e la malattia mentale della moglie, provata da un tale dispiacere, si aggravò a tal punto da farla ricoverare in una casa di cura dove ella restò fino alla morte.

Nel primo dopoguerra il teatro di Pirandello ebbe fortuna sia in Italia, sia all'estero, ciò gli permise di lasciare la cattedra universitaria, di vivere una vita più agiata e di dedicarsi interamente al teatro. In seguito venne nominato direttore del Teatro d'Arte a Roma, cosa che gli fu possibile grazie all'appoggio da parte del regime, dopo la sua iscrizione al partito fascista.

Nei confronti del regime, Pirandello ebbe sempre un atteggiamento ambiguo: se da un lato lo appoggiava in quanto garante dell'ordine, dall'altro il suo spirito antiborghese ne scopriva l'affermazione di una genuina energia vitale che spazzava via le forme fasulle e soffocanti della vita sociale dell'Italia post unitaria; in un secondo tempo però si rese conto del carattere di vuota esteriorità del regime che lo portò ad accentuare il suo distacco, pur evitando qualsiasi tipo di rottura e di dissenso.

Negli ultimi anni si adoperò alla pubblicazione organica delle sue opere in numerosi volumi; ottenne il premio Nobel per la letteratura.

Si ammalò di polmonite e morì nel 1936.

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LA POETICA DI PIRANDELLO

Il vitalismo

Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica, idea ripresa dalla filosofia di Bergson: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, flusso continuo, incandescente, indistinto. Tutto ciò che assume forma distinta ed individuale, comincia a morire.

Questo lo porta ad avere una nuova e rivoluzionaria concezione dell'uomo. Pirandello crede che l'uomo tenda proprio a fissarsi in una forma individuale, che egli stesso si sceglie, in una personalità che vuole coerente ed unitaria; questa, però, è solo un'illusione che scaturisce dal sentimento soggettivo che ha del mondo.

Inoltre gli altri con cui l'uomo vive, vedendolo ciascuno secondo la sua prospettiva particolare, gli assegnano determinate forme. Perciò mentre l'uomo crede di essere uno, per sé e per gli altri, in realtà è tanti individui diversi, a seconda di chi lo guarda, come è ben sottolineato in Uno, Nessuno centomila. 

Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una "maschera" che l'uomo s'impone e che gli impone il contesto sociale; sotto questa non c'è nessuno, c'è solo un fluire indistinto ed incoerente di stati in perenne trasformazione.

Ciò porta alla frantumazione dell'io, sul quale si era fondato tutto il pensiero sino a quel tempo, in un insieme di stati incoerenti, in continua trasformazione. La crisi dell'idea di identità e di persona è l'ultima tappa della crisi delle certezze che ha investito la civiltà dei primi del novecento.

La presa di coscienza di questa inconsistenza dell'io suscita nei personaggi pirandelliani sentimento di smarrimento e dolore. In primo luogo provano angoscia ed orrore, seguiti dalla solitudine, quando si accorgono di non essere nessuno; in secondo luogo soffrono per essere fissati dagli altri in forme in cui non si possono conoscere. La società appare ai personaggi come una costruzione fittizia e artificiosa che isola l'uomo dalla vita e lo conduce alla morte anche se egli apparentemente continua a vivere.

Il rifiuto della socialità

Vi è quindi un rifiuto delle forme della vita sociale, che impongono all'uomo "maschere" e parti fittizie. Innanzitutto viene criticata la famiglia. La seconda "trappola" è quella economica, la condizione sociale ed il lavoro. Da quest'ultima non vi è alcuna via d'uscita storica: il pessimismo pirandelliano qui è totale. Per lui è la società in quanto tale che è condannabile, in quanto negazione del movimento vitale e per questo la sua critica è puramente negativa e non propone alternative.

L'unica via di relativa salvezza che viene data ai suoi eroi è la fuga nell'irrazionale, oppure nella follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale. Questa fuga sfocia nell'immaginazione che trasporta verso un "altrove" fantastico come accade per l'impiegato Belluca di Il treno ha fischiato.

Da qui viene introdotto un nuovo personaggio: il "il forestiere della vita", colui che "ha capito il giuoco" e che perciò si isola, rifiutando di assumere la sua parte, ed osservando gli uomini imprigionati dalla "trappola" con un atteggiamento umoristico. Quella che Pirandello definisce "filosofia del lontano": contemplare la realtà da infinita distanza, in modo da tutto ciò che accade da una prospettiva straniata e cogliere l'assurdità e la mancanza di senso in ogni cosa.

Relativismo conoscitivo

Dal vitalismo pirandelliano scaturiscono importanti conseguenze sul piano conoscitivo: se la realtà è in perpetuo divenire, essa non si può fissare in schemi e moduli d'ordine totalizzanti ed onnicomprensivi. Non solo, ma non esiste neanche una prospettiva privilegiata da cui osservare l'irreale, le prospettive possibili sono infinite e tutte equivalenti. (teoria della relatività)

Ciò comporta un radicale relativismo conoscitivo: ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Da ciò quindi deriva un'inevitabile incomunicabilità tra gli uomini, dato che ciascuno fa riferimento alla realtà come gli appare, non può sapere come sia per gli altri. L'incomunicabilità accresce il senso di solitudine dell'uomo che scopre di essere nessuno.

Dalla visione complessiva del mondo scaturiscono la concezione dell'arte e la poetica di Pirandello.

L'opera d'arte nasce dal libero movimento della vita interiore, mentre la riflessione, al momento della concezione, non compare o rimane celata sotto forma di sentimento. Nell'opera umoristica, invece, la riflessione giudica, analizzandolo e scomponendolo, il sentimento.

Il dato caratterizzante dell'umorismo è il sentimento del contrario, che permette di cogliere il carattere molteplice e contraddittorio della realtà e di vederla sotto diverse prospettive contemporaneamente. Lo scrittore propone un esempio: " se vedo una vecchia signora coi capelli tinti e tutta imbellettata, avverto che è il contrario di come una vecchia signora dovrebbe essere. Questo avvertimento del contrario è il comico. Ma se interviene la riflessione e suggerisce che quella signora soffre a pararsi così e lo fa solo nell'illusione di poter trattenere l'amore del marito più giovane non posso più solo ridere, dall'avvertimento del contrario, cioè da comico, passo al sentimento del contrario, cioè all'atteggiamento umoirstico. Inoltre accanto al comico è sempre presente il tragico, dal quale non può mai essere separato.

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IL FU MATTIA PASCAL

Pirandello ama i paradossi: il paradosso è l'esasperazione della realtà e, attraverso di esso, si mettono a nudo le cose vere della realtà. Così è per Il Fu Mattia Pascal, il romanzo di un impossibile riscatto da una vita grigia, per un uomo nato due volte.

Il fu Mattia Pascal fu pubblicato per la prima volta nel 1904; fu il terzo romanzo scritto da Pirandello, nel quale egli ha già abbandonato l'ambito naturalistico, sperimenta nuove soluzioni narrative e presenta i suoi temi tipici.

Pirandello narra la storia della vita di un uomo, Mattia Pascal, che dopo una gioventù difficile, si trova ad affrontare una vita matrimoniale che è un inferno e nella quale egli sente annullata la sua dignità di uomo. Grazie ad una fortunata vincita a Montecarlo diviene economicamente sufficiente ma nel frattempo apprende di essere stato identificato dai familiari nel cadavere di un suicida. Invece di approfittare della liberazione dalla forma sociale per vivere immerso nel fluire della vita, Mattia Pascal si sforza di costruirsi un'identità nuova: cambia aspetto fisico, si dà il nome di Adriano Meis, creandosi cosi una nuova "maschera". In lui resta, perciò, insuperabile l'attaccamento alla vita sociale, alla "trappola". Quindi soffre per questa sua nuova condizione che lo costringe a vivere estraniato dagli altri. Tenta di ritornare alla sua vecchia identità, ma, ritornato a casa, scopre che sua moglie si è risposata ed ha avuto una figlia. Non gli resta altra scelta che adattarsi alla sua condizione sospesa di "forestiere della vita", contemplando gli altri dall'esterno nella sua consapevolezza di non essere più nessuno.

I temi principali del romanzo sono:

In questo romanzo Pirandello porta alle estreme conseguenze il dissidio fra forma e vita ed applica per la prima volta le sue teorie sull'umorismo: la realtà, attraverso il gioco paradossale del caso viene grottescamente distorta, suscitando il comico, ma a questo è accostata l'autentica sofferenza del protagonista; scatta il "sentimento del contrario", in cui tragico e comico sono indissolubilmente congiunti.

Il fu Mattia Pascal è narrato dal protagonista stesso in forma retrospettiva. Il racconto è focalizzato sull'io narrato, sul personaggio mentre vive i fatti, e non sull'io narratore che li ha già vissuti. Si ha così un punto di vista soggettivo, parziale, mutevole e sostanzialmente inattendibile ed inaffidabile, che contribuisce a dare il senso della relatività del reale.

Pirandello avverte l'impossibilità di scrivere un romanzo tradizionale in un'età che ha visto crollare le certezze in una totalità ordinata del reale come appunto accadde a inizio Novecento: alla narrazione unisce la riflessione su di essa; inoltre avverte che l'ordine attraverso cui sono presentati i fatti narrati è puramente convenzionale e che ha potuto offrire un intreccio organico solo grazie alla "distrazione". 

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