La vita nel monastero

 

La vita nei monasteri al giorno d’oggi si svolge quasi con lo stesso ritmo che aveva nel Medioevo. Un’abbazia non è mai stata un luogo mistico bensì un vero e proprio centro di vita che allargandosi, ha cercato di influire sull’ambiente circostante.

I monasteri cistercensi, insediati in valli paludose, dovevano essere luoghi di rinuncia totale ai beni di questo mondo. La comunità era governata da un abate eletto dalla comunità stessa e assistito da un consiglio dove vi erano come ufficiali principali, il priore, il cellerario, il maestro dei novizi, l’addetto agli ospiti, il refettoriere, il cuciniere, il custos vini e infine il custos panis.

I monaci erano divisi in due categorie: i sacerdoti e i laici. I primi erano i coristi, chiamati così perché partecipavano al coro. I secondi erano i conversi (frati barbuti), ai quali erano affidati i doveri più servili e che erano sempre più numerosi dei coristi, in quanto i loro impieghi non richiedevano particolari sforzi.

I frati conversi per lavorare nelle campagne del monastero, dovevano spesso vivere fuori dalla comunità mentre altri erano addetti alle officine come falegnami, fabbri, tessitori e muratori. Inoltre, il converso rinunciava a crearsi una propria famiglia per unirsi con gli altri frati. Attorno al monastero, vi era una città di veri e propri servi tra i quali i fattori, i majores che amministravano la proprietà dell’abbazia, i ministeriales cioè i detentori del feudo e infine il popolo dei servitori braccianti. 

 La riforma cistercense si era occupata anche del vestito dei monaci.  Tra gli oggetti e indumenti personali d’uso più comune troviamo il mantello, la cappe, la tunica, la braca, i caliga (sandali) ecc.

Nel monastero vigevano norme di severità nel cibo: niente carne, pesce, grassi, latticini e uova. Soltanto legumi bolliti: un regime puramente vegetariano. Il riposo notturno era breve. Il dormitorio sembrava un deposito di casse da morto una a fianco all’altra.

La vita a Morimondo non era facile per molti motivi sia di tipo politico che amministrativo. Sebbene disturbati dai "rumori di guerra", i monaci andavano avanti con le loro attività: la preghiera, il canto nel coro diurno e notturno, lo studio di libri sacri, l’attività caritativa a favore di poveri e pellegrini.

Per i monaci il coro era il cuore del monastero e dovevano passarci un terzo della giornata dove eseguivano appunto il canto dei salmi e la lectio divina privata. Queste "esercitazioni" servivano soprattutto per i giorni di festa, fissate da leggi statali. In questi giorni i frati conversi abbandonavano il proprio lavoro nelle officine e si riunivano con gli altri nel coro. Il canto (detto anche gregoriano, dal papa S. Gregorio Magno) era molto importante in quanto rappresentava per la comunità un sussidio che completava il clima spirituale di tutta la cerimonia sacra. I non-monaci erano esclusi da questa celebrazione corale però per loro era ufficiata la cappella di S. Bernardo ai bordi della grangia del monastero.

Il monastero medioevale, cinto da alte mura, estende i suoi edifici secondo un piano rigido, ognuno di essi è adatto alla funzione che gli è assegnata dalla vita comunitaria: sala del capitolo, chiostro, celle e dormitori, foresteria, infermeria, locali per officine, magazzini, depositi di prodotti agricoli. Ogni Ordine religioso ha un’attività extracorale diversa secondo l’indirizzo che i fondatori hanno dato:

 

gli Antoniani e i Crociferi hanno scopo ospitaliero e caritativo a servizio specialmente degli appestati; gli Umiliati attendono alla lavorazione della lana e all’agricoltura

i cistercensi in modo particolare all’agricoltura che, a Morimondo aveva preso un notevole sviluppo anche se non mancavano altre attività artigiane che rendevano la comunità autosufficiente.

 

Nei tempi passati a Morimondo esisteva un "hospitale". Ivi si dava ricovero per la notte ai poveri pellegrini che non potevano permettersi il lusso di riposare in una locanda. L’ospitalità era presso i monaci un dovere imposto, oltre che dalla legge della carità cristiana, anche dalla Regola "La Didaché". 

Per tutto il Medioevo, fino agli inizi del secolo XIX, troviamo nella valle del Ticino molte tracce dell’esistenza dei lupi, in gruppi talvolta numerosi e che costituivano un gran pericolo sia per le persone sia per il bestiame. I lupi vivevano nella valle e molto spesso si appressavano ai cascinali e alle gregge indifese dove potevano dare assalto agli animali da lavoro e da cortile. Prima che gli statuti civici disciplinassero i premi per la cattura dei lupi, il popolo era ricorso alla religione e aveva trovato una celeste protettrice contro gli assalti dei lupi: Santa Giuliana e martire di Nicomedia del secolo IV. Che nei boschi del monastero si praticasse anche la caccia nel Medioevo e dopo, è anche più che pensabile, tenuto conto della frequenza e della passione con cui allora era praticato questo sport sia dai grandi che dai piccoli, sia dai laici che dagli ecclesiastici. I boschi di Morimondo erano allora il paradiso dei cacciatori che esercitavano la caccia..

 

 

 

 

Grangia dell'Abbazia di Fossanova