Monachesimo antico e libri

 

Nella realtà dell’Oriente cristiano, il libro trova il suo primo spazio nell’esperienza del monachesimo, attraverso le pratiche ascetiche  individuali o comunitarie. Il lavoro di trascrizione o il possesso di un manoscritto per il monaco era mezzo di sostentamento o merce di scambio. Nei "praecepta" pacomiani si parlava di codici riposti, in uno spazio ricavato nella parete, dove si conservavano anche oggetti diversi d’uso domestico. Addetto ai "codices" risultava chi era,  secondo le "Vitae patrum",  il  "padre della comunità". Nella "Regula Magistri" i libri erano affidati a uno dei fratelli, che custodiva i "ferramenta monasterii" e varie "arcae", ciascuna con oggetti artigianali,  domestici e culturali, riuniti in un unico stanzino. Tra gli asceti e nelle prime comunità monastiche circolavano libri o testi molto scarsi. La trascrizione dei libri era intesa come un lavoro interno all’economia monastica. A distribuire e ritirare i libri, era un membro della comunità.

Vivario, il monastero fondato da Cassiodoro in Calabria, nel 504, rivela una diversità organizzativa inconciliabile con quella del primo monachesimo,testimoniata anche  nelle Institutiones di Cassiodoro: vi era, infatti, uno scriptorium e un adeguato sistema di conservazione dei libri. I codici venivano preparati in quaternioni o senioni con l’annessione dei fascicoli. La tipologia di ciascun manoscritto variava in funzione del testo e dell’uso cui i codici stessi erano destinati. C’erano libri della Bibbia o manuali scolastici. Si adoperavano scritture di modulo differenziato con codici di particolare qualità testuale e tecnica. In alcuni casi vi erano a disposizione una serie di strumenti ausiliari di lettura e consultazione e si aveva la possibilità di riunire sia le opere di un autore che, gli scritti di più autori: questi venivano raccolti in un unico volume o in pochi tomi, per essere consultati più facilmente. Era presa in considerazione anche la rilegatura. La cura "critica" dedicata al testo era praticata attraverso la collazione con antichi, eseguita con l’ausilio di una voce leggente. La restituzione del testo, era regolata da norme precise. L’incompetenza degli scriptores lasciava a volte nel testo errori che compromettevano la comprensione e quindi era necessario una Decora Correctio, riguardante anche l’estetica del libro. Le correzioni erano eseguite in modo tale che la scrittura del revisore, non si distinguesse, da quella professionale. La biblioteca di Vivario era costituita da Armaria numerati dove erano riposti i codici, di contenuto sacro, profano, latino o greco. Cassiodoro distingueva i libri personali da quelli della biblioteca del monastero. Vi erano Sacre Scritture, atti conciliari, scritti di storia. Trattati di grammatica e, non mancavano testi di aritmetica, geometria, musica e astronomia. Questi sistemi e tecniche di produzione del manoscritto, ripercorrevano quelli praticati nel le scuole tardo antiche cristiane. L’intento di Cassiodoro era quello di fondare a Roma una scuola pubblica di studi teologici e, anche se l’iniziativa fu troncata, il monastero sopravvisse ancora per molto. L’unico manoscritto, considerato un prodotto sicuro del monastero era il VAT. LAT.5704; riportava la traduzione dal greco di un testo attribuito  ad Epifanio, vescovo di Cipro. 

In seguito sorsero due nuove esperienze: quella dello scriptorium di Eugippio e del Monastero di Castello Lucullano, a Napoli, caratterizzate da impostazioni pacomiane e benedettine. Essi raccoglievano, annotavano e trascrivevano libri o testi soprattutto agostiniani.  Non molti dovevano essere gli addetti al lavoro e il patrimonio bibliotecario e il repertorio dei testi non era molto consistente. L’attività di copia si svolgeva grazie a dei modelli che provenivano dall’esterno. La produzione libraria è andata quasi perduta, salvo un manoscritto. Fino a qualche anno fa si attribuivano allo scriptorium di Eugippio i Codici  di BAMBERG.

 L’invasione longobarda del 568 ha segnato l’inizio di nuove esperienze di organizzazione della cultura scritta nell’Italia monastica. Nel settimo secolo Vivario scomparve e incomincio l’opera di riorganizzazione del monachesimo. Si consolidarono biblioteca e scriptorium nella realtà del monachesimo alto-medievale. Libro e scrittura assunsero la forma del sapere e sorsero la scuola monastica insieme a quella di carattere vescovile ed ecclesiastico. L’attività di trascrizione e di manifattura del libro trovò la sua collocazione nello scriptorium. La produzione del libro era interna allo stesso monastero. I monaci lavoravano in un numero che variava in relazione all’importanza che lo scriptorium  rivestiva nel monastero; naquero le "scuole scrittorie", dove nella redazione  dei libri si seguivano le norme grafiche imposte da un maestro.

 Nell’VIII secolo circa, vi fu il passaggio da un attività scrittoria individuale nelle celle, a quella collettiva in un unico spazio. Operava nello scriptorium chi era un monaco interno alla comunità. La manifattura del libro iniziava con la preparazione della pergamena: la pelle veniva immersa in un bagno di acqua e calce, poi tesa su un telaio, ripulita dalle scorie sui due lati e una volta asciugata, veniva levigata con pietra pomice; si passava alla confezione dei fascicoli con un legnetto appuntito guidato da una sbarra o anche da strumenti metallici; seguivano la scrittura e l’ornato. I fascicoli numerati, venivano rilegati fra assi di legno ricoperte di cuoio decorato con fregi.

La scrittura, era una vera trascrizione, eseguita nello scriptorium. Veniva eseguita appoggiando il supporto sul ripiano più o meno inclinato e adoperando il calamo, strumento fatto di canna. La trascrizione comportava errori, ma in certi casi comportava interventi sul testo. Se erano manoscritti decorati, l’ornamentazione era operata a mano. . I tempi di scrittura dei manoscritti variavano di qualche settimana ad anni.

Fino al IX secolo, le scritture usate  nell’Italia di cultura latina,sono l’onciale e la semionciale di antica tradizione, e predominavano le scritture longobarde. Nell’Italia meridionale si sviluppa come  canonica, la scrittura "ben ventata" sviluppata nel sud fino al secolo XI–XII, mentre nell’Italia settentrionale vi era "la minuscola carolina". A partire dal XII secolo sorse il linguaggio unificante della scrittura gotica.

Tra la fine del IX e i primi decenni del XII secolo, nacquero in Italia numerosi centri monastici, diventati importanti sedi di attività scrittoria e di conservazione libraria. Nonostante questi centri, giocassero un ruolo meno rilevante rispetto a quelli di Bobbio o Montecassino, risultarono altrettanto significativi, se si considera nel suo complesso e nelle sue articolazioni il contributo dell’Italia monastica alla produzione e conservazione dei manoscritti. Monasteri di più antica fondazione, comparvero come sedi di cultura scritta: questi implicarono un incremento ulteriore di scriptoria e biblioteche, che culminò tra XI e XII secolo, anche se in Italia non raggiunse certe massicce dimensioni quali in altre regioni d’Europa (come la Francia).

Una documentazione libraria molto consistente risale dal IX–X secolo nei monasteri greci del Mezzogiorno bizantino e normanno. Durante il periodo bizantino, nel XI secolo, si concentrò in Calabria l’attività scrittoria riallacciandosi a quella originale orientale che consisteva in libri utili e non necessariamente spirituali e culturali.

Il XII secolo segnò il momento più intenso del modello di biblioteca dell’alto Medioevo, fondato, nei suoi momenti paradigmatici, su meccanismi fortemente organici di manifattura tecnico- libraria e di resa grafica. Questo sistema bibliotecario aveva lo scopo di salvaguardare il patrimonio scritto, basandosi sul rapporto funzionale tra produzione e conservazione del libro.

 La biblioteca cistercense, conteneva solo libri liturgici o quelli necessari alle esigenze di letteratura dei monaci della comunità. La lettura si svolgeva principalmente nel chiostro camminando, o anche nella sala comune. I Cistercensi, scelsero una povertà volontaria con la presenza di scuole a livello elementare. Nelle fondazioni cistercensi in Italia, nonostante insorga la tentazione di moduli decorativi  corposi e vivaci ciò non costituisce la norma: un posto insolito, e non isolato, occupa in quest’epoca la cosiddetta Bibbia di Morimondo del tardo secolo XII, che originariamente era in cinque volumi, mentre ora sono ridotti a tre e vengono conservati in Inghilterra e a Como. Anche se certi statuti, riguardanti l’uso del colore e dell’ornato furono talora disattesi, i Cistercensi tentarono di ridurre all’essenziale la strutturazione del libro. Un cospicuo numero di codici, sparsi in varie biblioteche, permette di avere cognizione dei libri prodotti e conservati nell’abbazia di Santa Maria di Morimondo, tra i secoli XII–XIII. Si tratta di manoscritti costituiti da una trentina di codici, anch’essi del XII–XIII, che ora sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Torino. 

 La riforma cistercense aveva ridotto all’essenziale le strutture portanti dello scrittorio  separandolo dalla biblioteca. Il passo ulteriore compiuto dagli ordini mendicanti è la biblioteca senza scrittorio, vale a dire la soppressione stessa di uno spazio fisico specificamente organizzato per l’attività di trascrizione, o almeno anche a questa funzionale, e, nel contempo, la ristrutturazione e l’esaltazione della biblioteca come luogo di lettura sia all’interno del convento sia come referente di un circuito librario. Era questo il modello destinato a trionfare, alle antiche biblioteche di tradizione benedettina non restava che consegnare la loro eredità agli umanisti, i quali, nel recarsi a cercarne i tesori di libri e di testi, le trovarono sempre più incolte e desolate.

 

 

 

 

 

Scriptorium di Citeaux, Digione, Bbliotèque Municipale, ms.138, f.4v°