L'organizzazione dei Cistercensi

 

I Cistercensi trassero indicazioni per l’ubicazione e l’organizzazione delle loro abbazie dalla Regola di S. Benedetto.

Egli infatti, nel capitolo 66, riassume la funzionalità delle strutture e l’autosufficienza della comunità. 

I monasteri erano provvisti di qualsiasi cosa all’interno, come: l’acqua, il mulino, l’orto e le officine delle diverse arti, in modo tale che i monaci non avessero necessità di uscire da esso. Coloro che avevano la necessità di uscire dalla cinta del monastero dovevano chiedere il permesso all’abate, ma una volta rientrati non potevano riferire agli altri monaci né ciò che avevano udito, né ciò che avevano visto, poiché sarebbe stata una rovina irreparabile.

Durante la scelta del luogo per il primo monastero, vi è una correlazione tra ideale monastico ed ubicazione. Nel III capitolo dell’Exordium Parvum viene narrata la partenza di ventuno monaci alla ricerca del luogo dove costruire il monastero. Arrivati nella diocesi di Chalon a Cîteaux si trovarono in un sito poco frequentato, a causa del groviglio  di arbusti e, considerandolo ideale al loro genere di vita, essi cominciarono a disboscarlo  per desiderio del vescovo e vi costruirono il cenobio.

 Il XV capitolo dell’opera torna a parlare dell’ubicazione del monastero, mettendo in correlazione la professione monastica e la costruzione del monastero. La prima parte del capitolo  definisce il concetto spirituale di monaco attingendo le caratteristiche  dalla Regola di S. Benedetto, nella quale si dice che il monaco deve farsi estraneo ai costumi del mondo e far si che queste cose non costituiscano preoccupazioni per la sua vita. Nella seconda parte del capitolo viene espressa l’esigenza di condivisione con i poveri nella povertà, di conduzione diretta della proprietà monastica e l’istruzione dei fratelli conversi. Si trovano inoltre, prescrizioni sull’isolamento dei monasteri: viene detto che quando avessero avuto delle corti per la produzione agricola, queste sarebbero state curate dai fratelli conversi, non dai monaci, poiché, secondo la Regola, l’abitazione dei monaci deve essere solo nei loro chiostri. I nuovi monasteri venivano costruiti con la presenza di dodici monaci più uno  con la funzione di Padre. L’opera ritorna nel XVII capitolo sulla necessità di isolamento delle abbazie, non solo di Cîteaux ma anche delle dodici nuove. Viene stabilito un isolamento di assoluto distacco dalla società feudale e una povertà estesa anche alla suppellettile liturgica.  

Durante l’incarico a Cîteaux dell’abate Stefano Harding, venne interdetto per sempre al duca di quella terra o qualsiasi altro principe di tener curia all’interno del monastero, com’era abitudine fare nel passato. L’abate Stefano si preoccupò anche del legame giuridico tra casa – madre e le abbazie–figlie e decise di non fondare abbazie nella diocesi di un qualsiasi vescovo, prima che questi riconoscesse e si impegnasse a rispettare la carta di carità, cioè un documento che aveva lo scopo di evitare attriti tra i vescovi e i monaci. Nei diversi Statuti del 1134  ci si preoccupava di garantire uno spazio per le singole comunità monastiche, stabilendo la distanza tra le abbazie e le città, i villaggi e i luoghi fortificati.

Per la fondazione di un’abbazia era quindi necessario l’assenso previo del vescovo di rispettare l’ordinamento cistercense  e la sistemazione  patrimoniale intesa ad assicurare piena libertà ai monasteri. Con l’esigenza della solitudine  e con il presupposto della libertà, la scelta del sito costituiva una preoccupazione di primaria importanza. Inizialmente, l’ispezione del luogo era lasciata all’abate immediato. Dalla fine del XII secolo, sia per un controllo, sia perché preoccupato dai forti debiti di alcune abbazie, il Capitolo Generale (collegio di religiosi) intervenne per imporre  un controllo delle costruzioni e costituì una commissione d’inchiesta che decideva sull’erezione e sulla soppressione delle abbazie. Il compito della Commissione d’ispezione, composta da due o tre abati, è riassunto in un deliberato del 1267. Gli ispettori avevano il compito di prendere visione  dei luoghi, rendersi conto dei redditi  e dei  possessi e dovevano riferire tali cose per iscritto al Capitolo Generale.

Il Capitolo Generale si interessava del libero possesso  dei beni e della sufficienza della dotazione per la sussistenza della comunità e per la costruzione dell’abbazia. Il Capitolo Generale si preoccupava anche della posizione personale del donatore nei confronti della Chiesa. Veniva proibito di ricorrere al prestito, anche senza usura, degli Ebrei, si vietava di accettare richieste di fondazioni o dotazioni da parte di eretici o di persone scomunicate. Benché non fosse esplicitato nella regola, per la costruzione del monastero  si cercava un luogo in cui fosse abbondante l’acqua, necessaria alla vita e all’igiene di una comunità numerosa che viveva in uno spazio ristretto. Le abbazie cistercensi venivano edificate in fondo alle valli a differenza di quelle  benedettine che venivano costruite sui monti.

Questo metodo  di costruzione  porta a differenziare ulteriormente i monasteri cistercensi da quelli benedettini da un punto di vista economico: la cella  benedettina, diretta di un monaco a capo di una chiesa che era anche il punto di riferimento per i servi e per i coloni, fu sostituita dalla grangia  cistercense che, mancando di una chiesa e di un cimitero, rimaneva legata spiritualmente  alle proprie abbazie con deliberazioni capitolari. Secondo un’indagine condotta da M. Gratien Leblanc, riferita a  ventotto abbazie del sud–ovest della Francia, si rileva che la ricerca della solitudine risulta la condizione preliminare per le fondazioni cistercensi. Queste infatti,  non sono mai site nelle grandi vie di circolazione  o su strade  di media importanza. L’indagine ha anche rilevato la rarità delle abbazie nei Pirenei dove le valli erano densamente popolate, mentre ne ha notato la consistenza nel massiccio centrale dove le valli erano generalmente deserte. I monasteri sono posti, di preferenza, nelle regioni umide e boscose e in piccole vallate e corrispondono, come tipo di abitato, a fattorie sparse qua e là.

In un altro studio, Jean–Baptiste Auberger, ha rilevato che queste, oltre l’esigenza d’isolamento sono poste in prossimità di acqua viva con dotazione di terre da coltivare, donde ai Cistercensi la denominazione di monaci dissodatori. 

In questi luoghi remoti, le fondazioni cistercensi prendevano, poi, denominazioni simboliche, toponimiche, capaci  di profonda significazione ed eco spirituale per la vita ascetica e mistica dei monaci.

Tramite la mistica di Bernardo, acquisisce una risonanza particolare il termine valle, accompagnato da aggettivi esornativi (chiara, buona, sana, …), che evocano uno stato di serenità, di bontà, … con riferimento alla vita spirituale. Nel sermone per la festa di S. Benedetto la valle è presentata da Bernardo come il sito ideale, è infatti il “luogo fertile in cui scorrono le acque … è il simbolo dell’anima che riceve la fecondità della grazia di Dio”. In vari testi dei primi anni della sua missione di abate, presenta la valle come simbolo della vita mistica, la cui pietra angolare, è l’umiltà. Da alcune lettere di Bernardo si è cercato di accreditare che i primi Cistercensi scegliessero luoghi intenzionalmente malsani allo scopo di mantenere i religiosi in uno stato malaticcio.  Ma  Dimier ha dimostrato che è stata la letteratura romantica a trasmettere una visione pessimistica  sulla natura umana della spiritualità cistercense. Un esempio della tendenza della cultura romantica  a manifestare i fatti della cultura monastica, fuori dal loro contesto storico è il romanzo  The Monk, dello scrittore inglese Lewis. Questi prendendo spunto dalla storia di santa Ildegonda, vissuta per cinque anni, sotto le mentite spoglie di fra Giuseppe, nel monastero cistercense di Schönau stravolge  l’atmosfera edificante e trasognata del Chronicon con la creazione di un personaggio dalla psicologia morbosa e torbida.

 

Il cistercense Gilberto di Hoyland pone l’accento sull’influsso che la bellezza dell’ambiente può esercitare sullo spirito:

[“Il luogo …, irrigato e fertile e la valle boscosa che a primavera risuona del canto degli uccelli, …, ridona vita allo spirito che muore, …”]

Dell’Ordine cistercense sono importanti gli aspetti relativi allo sviluppo architettonico del monastero e la sua collocazione nel paesaggio. Il rigorismo dell’Ordine, giustifica la ricostruzione della pianta ideale del monastero cistercense quale realizzazione, razionale ed efficiente, di distribuzione degli ambienti intorno al chiostro. Nell’esecuzione pratica, però, il clima, il corso delle acque ed altre esigenze determinano varianti a questa disposizione ideale. Tale libertà dimostra che la finalità costruttiva dei Cistercensi è non tanto esigenza di espressione artistica quanto di funzionalità razionale.

Scelto il sito delle nuove abbazie, veniva innalzata una recinzione, all’inizio in legno. All’interno veniva delimitato lo spazio della chiesa e degli altri edifici monastici. Nessun fabbricato poteva essere eretto all’esterno del recinto, ad eccezione della foresteria e delle stalle. Ben presto si diffuse però un modello urbanistico razionale e funzionale come sosteneva Idungo nel dialogo inter  Cluniacensem et Cisterciensem monachum: “Dentro il recinto, …, noi abbiamo due monasteri, uno per i fratelli laici, l’altro per i monaci". Il fabbricato dei monaci è disposto intorno al chiostro, centro di tutto il complesso. Una delle sue gallerie è addossata alla chiesa, le altre due danno accesso ai locali comunitari (chiesa, archivio, capitolo, …), la quarta chiude l’ambiente monastico sul fabbricato dei conversi ed è separata da un piccolo viale “passaggio dei conversi” che serviva a questi per recarsi in chiesa  senza  entrare nel chiostro. I dormitori sono disposti al primo piano e occupano le due ali del monastero.

La chiesa è normalmente rivolta ad oriente ed è situata nel punto più alto del complesso monastico per poter convogliare le acque di scolo della cucina, del refettorio, dei lavandini, dei servizi in una fogna che scarica all’estremità delle abitazioni dei monaci e dei conversi. L’acqua condizionava anche la disposizione della struttura rispetto al suolo. La pianta di un’abbazia cistercense si presenta articolata, secondo la Regola di S. Benedetto, in un organismo complesso ed autosufficiente. La pianta è denominata “Bernardina”, in quanto la paternità viene attribuita a S. Bernardo. I Cistercensi costruivano i loro monasteri lavorando personalmente. Alcuni monaci erano anche architetti.  Fin dai primi tempi dell’espansione dell’Ordine, fu necessario l’impiego di operai esterni specializzati: gli artifices conducti. Nonostante la semplicità prescritta e ribadita dagli Statuti e l’utilizzo del materiale più facilmente reperibile, la costruzione delle abbazie procedeva lentamente. Alcuni abati, facendo eco alle critiche esterne, rimproverarono i confratelli per la grandiosità delle costruzioni e le loro eccessive spese. Corrado d’Eberbach narra che una santa monaca abbia indicato nella sete della proprietà, nella sontuosità  delle costruzioni e nella vanità del canto i tre peccati più gravi dell’Ordine. Già dalla seconda metà del XII secolo, il Capitolo Generale era stato costretto a prendere provvedimenti  per impedire l’eccessivo indebitamento delle abbazie a causa delle costruzioni. Dalla deliberazione n° 5 del 1205, si nota la preoccupazione del Capitolo Generale di salvaguardare lo spirito di povertà  e di togliere gli abusi che man mano si erano introdotti. La deliberazione risulta  particolarmente drastica per quanto riguarda il ricorso al prestito dell’ampliamento della proprietà o per le costruzioni.

Il Capitolo Generale ribadì l’esigenza della povertà, vietando in modo assoluto pitture, sculture, tranne l’immagine del Salvatore e, la sontuosità negli edifici, in quanto cose contrarie al tradizionale senso di moderazione (gravitas), dell’Ordine.

In linea di massima il Capitolo Generale non osava, tuttavia, intervenire, come testifica uno Statuto  del 1240  per interrompere i lavori già in corso in tale anno. “La rudezza architettonica delle chiese e degli edifici monastici è tutt’altro  che sinonimo di imperfezione… I Cistercensi sapevano che il bello consiste nell’ordine generale, nelle proporzioni e nella disposizione armoniosa delle parti… nelle chiese e nei locali comunitari non erano ammessi che gli oggetti strettamente necessari al culto e alla vita quotidiana”.

Il capitolo XV dell’Exordium Parvum, invece, si richiama, per l’erezione di un’abbazia, alla vita di S. Benedetto: “E come quegli (S. Benedetto) organizzava il monastero già costruito con la presenza di dodici monaci più il padre spirituale, così decisero di voler fare anch’essi”.  Le condizioni fondamentali erano due: il monastero già costruito e, la presenza di dodici monaci più il superiore. Per una fondazione cistercense potevano intercorrere, dalla domanda all’erezione in abbazia, tempi piuttosto lunghi che si protraevano anche per mesi ed anni.

Gli Statuti del 1134 prevedevano esplicitamente l’erezione canonica di un’abbazia: “ Una nuova fondazione viene eretta in abbazia con l’elezione dell’abate, con un nucleo di dodici monaci e con tutto il necessario alla vita monastica:  tuttavia non siano inviati fino a quando il luogo non sia stato fornito di libri, di costruzioni e di tutte le altre cose necessarie; per quanto riguarda i libri, almeno il messale, la Regola, il libro degli Usi, per quanto riguarda le costruzioni, la chiesa, il refettorio, il dormitorio ed in più la sufficienza economica. Dal tenore dello Statuto risulta che la data di nascita di un’abbazia cistercense veniva considerata quella dell’istituzione o introduzione dell’abate con dodici monaci, posti nella possibilità di dare inizio immediatamente alla vita regolare. Bisogna dunque escludere come giorno di fondazione qualsiasi data che potrebbe risultare dalla trafila degli atti preliminari alla fondazione, incluso quello di dotazione ed escluso, inoltre, il giorno in cui i monaci venivano inviati dalla casa–madre perché, a causa delle grandi distanze potevano intercorrere tempi lunghi tra il giorno di partenza e quello di arrivo. Così bisogna pure scartare la data della consacrazione solenne della chiesa in quanto le condizioni previste potevano essere già realizzate anteriormente. L’atto di nascita di un’abbazia cistercense coincide con l’inizio della vita regolare secondo gli Statuti.  L’erezione di un’abbazia, comportava, secondo la Carta di Carità, l’obbligo di partecipazione al Capitolo Generale e prevedeva la disposizione degli abati, in ogni assemblea, secondo l’ordine cronologico di fondazione delle rispettive abbazie. I cataloghi abbatiarum  rappresentano una delle fonti della storiografia cistercense. (cartina dei luoghi)

Inizialmente non ci fu bisogno di cataloghi, ma in seguito per la progressiva e costante espansione dell’Ordine, fu necessario stendere un elenco delle abbazie. Questi cataloghi erano indispensabili, per poter quantificare le varie tassazioni imposte secondo il numero delle abbazie delle cinque ramificazioni (di Cîteaux, di La Ferté, di Pontigny, di Clairvaux e di Morimond). Il compito fu affidato al Cantor Cistercii, che aveva l’incarico di tessere la mirifica espansione dell’Ordine. Da un deliberato del 1217, ci risulta che il Capitolo Generale si preoccupava della cronologia precisa delle abbazie, le precisazione sulle cronologie continuarono anche negli anni seguenti. Il Capitolo Generale ritornò ancora sulla questione, soprattutto con l’intento di registrare nuove abbazie che nel frattempo erano state fondate o incorporate, negli anni 1239 e 1270. Molti storici che si occupano dei Cistercensi, a volte per giustificare la difficoltà di determinare il tempo di fondazione di un’abbazia di fronte ai vari documenti, si giustificano appellandosi ad una presunta inattendibilità di questi cataloghi.

Per quanto riguarda il trasferimento delle abbazie, i Cistercensi, quando era necessario, non esitavano a trasferire le loro comunità in luoghi dal clima migliore e più favorevoli alle esigenze della vita monastica. Come la fondazione di una filiale, inizialmente anche il trasferimento di un’abbazia era di competenza dell’abate locale.

Nel 1152 troviamo per la prima volta, in aggiunta al divieto di nuove filiazioni e nuove incorporazioni, uno statuto che disciplina  il trasferimento della comunità: “… È consentito, per qualche condizione insopportabile trasferire la propria abbazia in un luogo più idoneo che, tuttavia, deve distare almeno dieci leghe di ogni altra del nostro Ordine e due leghe dalle grangie … Così l’abate abbandoni del tutto l’antica sede o la utilizzi come grangia, se però non dista più di una lega dalla nuova sede”.

Le due condizioni indispensabili  per il trasferimento di un’abbazia risultano, dunque, il consenso dell’abate–padre e un disagio insopportabile. Per quasi tutto il secolo XII (fine 1100), l’incommoditas intolerabilis fu costituita solo da motivi di ordine naturale: mancanza d’acqua, sterilità dei terreni, ecc. Dalla fine del secolo XII, il Capitolo Generale si riservò, con il controllo delle filiazioni, anche l’approvazione del trasferimento delle abbazie dopo l’ispezione di una commissione d’inchiesta formata da due o tre abati. Il deliberato n° 60 del 1214 dispone: “Il mutamento o il trasferimento delle abbazie non avvenga se non con il consenso del Capitolo Generale… la comunità per nove venerdì consecutivi digiuni a pane e acqua… quelli, però, che erano assenti o che si erano dichiarati apertamente contrari siano immuni dalla pena”. Mentre le due condizioni essenziali per la sopravvivenza di un’abbazia cistercense furono sempre considerate il numero dei monaci e l’autosufficienza economica, il numero dei dodici monaci più l’abate, richiesto per l’erezione di un’abbazia, fu sempre, infatti, indicato come indispensabile per lo svolgimento di una decorosa vita monastica.

All’inizio del XIII secolo il Capitolo Generale, per garantire la santa testimonianza di vita monastica, riaffermò la necessità  di almeno dodici monaci: “ … Per questo motivo è stato deliberato e disposto che le abbazie che hanno meno di dodici monaci o siano del tutto soppresse e ridotte a grangie, o, se sono così dotate di consistenti possedimenti da poter e dover conservare la comunità prescritta, l’abate–padre provveda all’incremento di essa in modo che abbiano, per il prossimo Capitolo Generale, il numero richiesto, a meno che la comunità non sia stata già allontanata per indigenza”. La seconda condizione indispensabile per la vita di un’abbazia era considerata l’autosufficienza economica. Nel 1182 il Capitolo Generale proibì nuovi acquisti e nuove costruzioni agli abati già oberati dal debito di cinquanta marchi, e, due anni dopo, conferì agli abati–padri potestà di costringere le abbazie figlie a vendere beni mobili ed anche immobili per alleggerire i debiti. Fu emanata, nel 1189, la disposizione che vietava agli abati ed  ai monaci di chiedere ospitalità nelle abbazie soppresse per indigenza o per onerosità di indebitamento. Nel 1190 il Capitolo Generale, preoccupato di adeguare il numero dei religiosi alle possibilità economiche delle abbazie, proibì per un triennio l’ammissione di postulanti e l’accoglienza di familiari. Dalla fine del XII secolo le abbazie cistercensi furono sotto il diretto e vigile controllo del Capitolo Generale che ne decideva l’erezione, ne assicurava l’osservanza monastica, ne decretava l’estinzione. La tempestività d’intervento del Capitolo Generale su ogni abbazia servì a garantire, per lungo tempo, all’Ordine, santità di testimonianza, efficienza, incidenza nella vita della Chiesa e della società, senza remore di condizionamento o di asservimento, in un clima di libertà al di sopra di interessi particolari o di spirito nazionalistico.

Oltre che per diramazione diretta, l’Ordine cistercense fu ben presto incrementato dall’incorporazione di molti monasteri di origine non cistercense che vennero rivitalizzanti con l’immissione di nuova linfa: abbazie benedettine, fondazioni di Gerardo di Sales, case dei canonici Regolari in decadenza.

Già prima del 1147 era iniziato un considerevole movimento di aggregazione all’Ordine, suscitato dalla fascinosa persona di Bernardo e, in qualche caso, imposto dai sommi pontefici. Mentre la fondazione diretta era lasciata, almeno inizialmente alla competenza dei singoli abati, l’incorporazione fu sempre condizionata all’approvazione del Capitolo Generale.

Uno Statuto del 1228 richiamava esplicitamente la prassi richiesta sin da principio per l’incorporazione di un monastero; dallo Statuto n° 1 del 1152 traspare la preoccupazione di una crescita troppo scellerata ed irregolare delle abbazie, dovuta soprattutto alla facilità dell’incorporazione.

Dal tenore dello Statuto si riceve l’impressione che il Capitolo Generale, preoccupato della crescita incontrollata, volesse imporre, in una pausa di assestamento e di riflessione, una sfrondatura all’ordine.

Però per le donazioni pontificie il Capitolo Generale non teneva conto della normativa dell’Ordine. Così per l’incorporazione di S. Stefano del Corno, in Diocesi di Lodi, bastò la richiesta del sommo pontefice.